Anoressia Giu03

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Anoressia

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“Il corpo è un veicolo meraviglioso, molto misterioso e complesso. Usalo, non lottarci contro; aiutalo. Nell’istante in cui vai contro di lui, vai contro te stesso.”
Osho Rajneesh

Sentiamo parlare tanto di anoressia, sappiamo che è un disordine alimentare, che coinvolge per lo più il sesso femminile e che dietro quei corpi così esili si nasconde un’acuta sofferenza che è probabilmente fuori dal controllo di chi ne è tormentato. Si manifesta con un’eccessiva magrezza, con un’alterata percezione del proprio corpo e con la sua gestione attraverso quella per il cibo. Gestione che si fonda sul mero rifiuto di ogni alimento, sul conteggio di ogni caloria ingerita e sull’ossessione verso il peso che, anche attraverso un’eccessiva attività fisica, si cerca di far diminuire a tutti i costi. Innanzitutto bisogna chiarire l’origine del termine “anoressia” che deriva dalla coniazione latina del termine greco e significa “mancanza di appetito”. Cosa ci viene in mente quando pensiamo all’appetito? La prima immagine è una tavola imbandita colma di squisite prelibatezze che soddisferanno quel desiderio di fame. Ma siamo sicuri che la fame sia solo verso il cibo? La fame può essere d’amore, di vita, di curiosità. Allo stesso modo l’inappetenza nasconde qualcosa che manca: la fame emotiva.
Solitamente, prima dell’esordio della malattia, accade qualcosa che rende la persona estremamente fragile ed impotente dinanzi l’evento stesso, che non sa come affrontare. Allora l’unica via d’uscita diventa il controllo del proprio corpo e delle proprie necessità fisiologiche, appunto quella della nutrizione. Altre volte invece, in minor percentuale di casi, la scelta dipende propriamente dai canoni estetici, da ciò che viene continuamente esposto dai mass media, cioè un’ostentata magrezza di cui si fa fatica a riconoscere l’aspetto salutare.

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Anoressia: il complesso rapporto con il corpo

Di fondamentale importanza, affinché l’anoressica/o possa ricongiungersi con il proprio corpo, è che non venga curato solo il “sintomo”. Riprendere a mangiare e ritornare in forza ed in salute sono certamente obiettivi auspicabili, ma è parallelamente necessario che la persona ritrovi la strada per crescere e per cambiare il rapporto con se stessa: la migliorata  relazione con il cibo ne sarà una diretta conseguenza.
Cosa bisogna curare allora? Dietro l’anoressia c’è una disorganizzazione sia affettiva che delle relazioni interne. Bisogna infatti mirare al disagio insito nell’individuo che, nella maggior parte dei casi, offusca un’inefficienza nel discernere gli stimoli che il corpo tenta di portare al richiamo del singolo e nel distinguere le proprie emozioni. La fame emotiva, che non si è capaci di accettare e di governare, viene confusa e recepita con la fame fisica che, appunto, si cerca di gestire e di allontanare. Occorre innanzitutto ristabilire un peso che si avvicini alla norma, è infatti necessario operare in un èquipe di medici-psichiatri e psicologici, e successivamente fornire supporto psicologico che miri all’estrapolazione del problema, alla sua elaborazione ed individuare delle strategie che possano rimediare a quel rapporto con se stessi, con il cibo e con la vita quotidiana. Sarà comunque indispensabile un supporto psicologico a lungo termine per non lasciar sfuggire la tendenza del paziente ad assumere comportamenti orientati alla perdita di peso.
Ora non mi resta che chiedervi se qualcuno abbia avuto un’esperienza diretta o semidiretta con il problema dell’anoressia.

Inoltre, il coinvolgimento da parte di familiari e amici potrebbe essere un’arma a doppio taglio: da una parte le pressioni potrebbero essere vissute come l’ennesimo senso di incomprensione oppure, al contrario, l’indifferenza potrebbe suscitare nell’anoressica/o una spinta a richiedere attenzioni fino ad esasperare i suoi comportamenti come appello ad essere considerata. Quale credete che sia il comportamento più giusto da adottare?

Alessia Muscatiello

 

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