La sindrome di Peter Pan

La Sindrome di Peter Pan nel mondo universitario. Blocco degli esami e incapacità a laurearsi

Sindrome di Peter Pan nella carriera universitaria

Quando lo studio diventa impossibile

A causa di miei momenti di sensazione di blocco nello studio dei testi universitari, già da molti anni frequento forum, blog e siti internet che trattano di questa problematica. Ho scoperto che molti studenti si trovano alle prese con difficoltà scolastiche che rispecchiano difficoltà di tipo psicologico. In particolare, mi riferisco alla Sindrome di Peter Pan, ossia alla paura di crescere e di entrare nel mondo degli adulti, assumendosi responsabilità sempre maggiori.

 

 

 

 

Disinteresse improvviso verso l’università o forte ansia che impedisce di studiare e/o presentarsi agli esami

 

Sono questi i maggiori aspetti distintivi del blocco universitario.

Anche il blocco degli esami (come qualunque altro sintomo) costituisce un compromesso tra la pulsione di morte e quella di vita: se è vero che costituisce una rinuncia all’affermazione, è altrettanto vero che  questo meccanismo difensivo consente di proteggersi da un’ansia più grande, che sarebbe invalidante ed insostenibile per il soggetto.

 

In una cultura che premia l’efficientismo, un rallentamento nel corso di studi universitario può avere effetti disastrosi sull’autostima di uno studente. Abbassare il ritmo, prendersi una pausa, può significare la perdita dell’approvazione e dell’amore da parte degli adulti significativi di riferimento. Nessuno ama essere considerato uno scansafatiche da parte di coloro che lo amano.

Alcuni studenti fanno uso di sostanze stupefacenti, smart drug, red bull e caffè per combattere questa situazione e, in ogni caso, non affrontare il problema sottostante. E’ a questo punto che lo studente può trovarsi intrappolato in una serie di dinamiche che, in un circolo vizioso, alimentano l’ansia, e rinforzano il blocco.

Spesso alcuni soggetti mentono ai propri genitori sulla propria carriera accademica, pensando che un’ingenua bugia possa essere facilmente compensata, passando prima o poi gli esami. Talvolta ciò non avviene; sono questi i casi in cui  alcuni studenti arrivano ad avere fantasie o, drammaticamente, agiti di tipo suicidario.

Ritengo  che il principale motivo di questa dinamica auto-distruttiva consista  nell’adozione di difese di tipo maniacale:  a sé stesso e all’Altro, Familiare e Sociale, lo studente finisce col fornire l’immagine di un bamboccione che pensa solo a divertirsi (al contrario, l’assunzione di una posizione depressiva garantirebbe una miglior protezione rispetto ad un esito autodistruttivo e suicidario, perché all’Altro si offrirebbe l’immagine, più congrua e onesta, di un  sé in difficoltà).

Ci si lamenta comunemente – e non a torto – di essere nella società dell’apparenza; la valutazione della qualità e del valore di un essere umano viene basata sull’apparenza: se non gli sorridi, il mondo si preoccupa; se sei in stato maniacale o ti rifugi nel divertimento per scappare dall’ansia, può andar bene e non c’è nulla di cui preoccuparsi. Salvo sorprendersi, e cadere dalle nuvole, quando la fuga da sé conduce alla distruzione di sé. Una cattiva valutazione della realtà.

Contraria a questa “clinica dell’apparenza”, ricordo che diagnosi deriva dal Greco e significa: GUARDARE ATTRAVERSO. E non all’esterno.

P.S. Una comunicazione personale del Dr. Adriano Legacci, psicologo psicoterapeuta, mi suggerisce la necessità di valutare -tra le concause del problema-  aspetti non risolti del conflitto Edipico, connessi all’angoscia derivante dal raggiungimento della meta, identificata inconsciamente con la realizzazione del desiderio incestuoso e l’uccisione del genitore del proprio sesso. Mi riservo di riprendere questo tema in un post successivo.